Giubileo dell’anno 2000
La messa in scena, che ripropone i momenti salienti di un processo moderno a Gesù di Nazareth, con la sola assenza dell’imputato, ricalca fedelmente la vicenda evangelica. Ne sono protagonisti un gruppo di ebrei, che compone il tribunale; na troupe d’attori professionisti, che impersona il ruolo delle figure storiche dei vangeli; e alcuni spettatori, sollecitati ad intervenire nella discussione dagli stessi giudici. La dialettica tra l’indagine razionale degli uomini di legge e la fede appassionata degli invitati si intreccia con la vicenda personale di uno dei giudici, Davide, che si è macchiato di un’infame delazione e porta al drammatico riconoscimento finale dell’innocenza di Gesù e del desiderio insopprimibile di pietà e misericordia degli uomini.
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«Sono portato a misurare il dramma di uno scrittore dall’intensità del suo incontro con Cristo, poiché Cristo mi sembra, oggi più che mai, il vero segno di contraddizione, dunque il vero segno drammatico, della nostra vita.
Mi urgeva da anni il desiderio di testimoniare a teatro le fasi, i momenti di questo incontro. Ad offrirmi un’occasione di struttura teatrale fu una nota che lessi nel 1947, in una Vita di Cristo. Vi si diceva che dei giuristi anglosassoni s’erano posti il problema del processo a Gesù, e s’erano più tardi recati a Gerusalemme per ricelebrarlo pubblicamente, quasi dovessero sciogliere al cospetto e con la partecipazione del popolo ebreo, un loro nodo di coscienza; e che, all’ultimo, la sentenza era stata di assoluzione. Quel che subito mi accese grandemente fu l’idea di quel processo fatto da uomini di oggi a Gesù di Nazareth. E dal 1947 in poi ho lasciato che l’idea maturasse e prendesse luce e forma; e diventasse non solo un processo di ebrei a Cristo, ma piuttosto la cauta, risentita, dolente requisitoria che uomini di oggi fanno non tanto a Cristo, ma a se stessi, alla loro tenace e spesso oscura sete di speranza, e alla loro più inquietante e irragionevole paura di abbandonarsi alla speranza»
Diego Fabbri
« E` stato rappresentato a Mandriolo, con ottima fortuna, il PROCESSO A GESU` di Diego Fabbri, dramma conosciuto e apprezzato in tutto il mondo per le sue indagini morali rigorose, per il linguaggio veemente e sorvegliato al tempo stesso, per limpasto riuscito di speculazione filosofica e di intime problematiche.
Chi si è recato a teatro sapeva, in queste sere, di non andare per divertirsi, per ridere facile, ma per affrontare una serie di sorprendenti contrapposizioni, per sentire una PAROLA NUOVA.
Parola che non sia turpiloquio, o distorsione di suoni, parola logora e abusata, ma parola necessaria, come nei MISTERI.
Lo spettatore è stato chiamato a far parte (sì, far parte, non guardare) di una sorta di oratorio; il processo di Cristo, non direttamente mostrato, emerge infatti vivo grazie alle parole dei testimoni che lo intentarono allora (Caifa, Pilato) e dei seguaci del Nazareno che, tutti, in diverso modo, lo soffersero. Mette ogni volta in moto questo processo (con lespediente pirandelliano dellirrompere nel presente del passato e del non solitamente visibile) un gruppo di intellettuali ebrei, sconvolti dalle sventure della loro stirpe, divorati dal senso di colpa; assetati di verità riguardo quel Figlio dIsraele, giustiziato in patria ma trionfatore, poi, nel mondo intero, nel corso dei secoli.
Il primo atto mostra la nota vicenda sì che essa ci appare, incredibile, sorprendente, grazie al felice incastro delle testimonianze richieste e fornite, grazie alla delicatezza di certi tocchi psicologici, capaci di farci riscoprire un nuovo pathos, ad esempio, nella natività e nellepisodio della predicazione al tempio. Altrettanto sorprendenti le testimonianze sconvolgenti per ortodossia e modernità al tempo stesso di Caifa e Pilato, di Pietro, Giovanni e di Giuda.
Ma è il secondo atto che prende slancio, è nel secondo atto che avanzano, per accusare o per rivendicare se stessi, le loro povere vite, la legittimità del dubbio, il tormento del rimorso, la scoperta della salvezza in Cristo guaritore dellanima, i tormentati, i dubbiosi, i salvati.
E a questo punto il pubblico, io, il mio vicino ex studente fino allora un po sulle sue, i giovani, i meno giovani, tutti sentiamo che lì sul palcoscenico si parla di noi. CI SIAMO ANCHE NOI IN QUEL DRAMMA. Ci riguarda, ci tocca, ci commuove o ci indigna, fa piangere o ci caccia in gola losservazione spocchiosa e il risolino di scherno. Perché adesso il dramma è intriso visibilmente di passione e di voglia di capire; lintelletto e lanima dello spettatore ne sono investiti!
Grazie, Diego Fabbri, che hai più qui che altrove dato misura di un talento multiforme e ammirevole. Grazie Giorgio che hai reso possibile, con inimmaginabile fatica, il prodigio di una messa in scena calda e rigorosa. Il nostro è anche bravo scenografo, si sa; questa volta ha saputo, ancor meglio che per altre commedie, usare lo spazio, ricorrendo a belle e funzionali suddivisioni.
Bravi, come si diceva un tempo, gli attori, cui è stato doveroso richiedere irruenza e calcolo, assoluta scioltezza espositiva, essenzialità nel movimento.
Bravi e felici conferme, dal gesto sorvegliato e dalleloquio pacato, Andrea Amaini, Greta Tamagnini, Fabio Zanti, Francesca Benassi.
Vincenti in ruoli complessi, che qualcuno forse vorrebbe assegnati ad attori più anziani, gli ammirevoli Elena Rossi, Andrea Zambrano, Daniela Catellani.
Originali più che altre le parti benissimo ricoperte da Andrea Guaitolini, Gigliola Masoni, Gabriele Pavan, Alessandro Calabrò. Di per sé suggestivi i ruoli di Maria, Pietro, Giovanni, Caifa e Giuda sono stati ben recitati da Diana Rozo, Simone Catellani, Federico Bartolotta, Gennaro Di Tuccio e Damir Mujaric.
A posto gli altri, cioè corretti e pertinenti alle parti.
La cornice temporale scelta funziona meglio quando chiara e ben definita (peccato veniale, mette poco conto parlarne...).
Quanto a me, mi sia consentito dire, di aver recuperato in questo spettacolo gli umori veri e il linguaggio efficace (non importa se a tratti foneticamente impreciso) di unaltra bella commedia di Mandriolo: PICCOLA CITTÀ di Thornton Wilder.
Arrigo Vezzani »
Da « 2 parole in famiglia »
bollettino parrocchiale
n. 15 - dicembre 1996.
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