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Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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1970. La locandiera

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La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1970. La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1970.

Che cos’è “LA LOCANDIERA”

E’ opportuno spendere su queste pagine due parole su quest’opera in particolare e sull’autore medesimo.
Carlo Goldoni (1707-1793) rimane uno dei capostipiti della storia del teatro di tutti i tempi e della nostra letteratura; a parte alcuni giovanili esperimenti sul genere melodrammatico e tragico, non scrisse che commedie e nella commedia appare la sua grandezza. Dopo l’esperienza teatrale del Metastasio, egli ebbe il merito di distogliere lo sguardo dal mondo eroico e di puntare l’attenzione sulla realtà, sul moderno mondo borghese, ma del reale egli non approfondisce i gravi problemi della vita, nè rappresenta uomini eccezionali, dai grandi vizi o dalle grandi virtù; le sue commedie sono l’immagine della vita di tutti i giorni, della gente comune, lo specchio dei pettegolezzi, dei crocchi, delle piccole maldicenze giornaliere, il tutto osservato non con l’animo del moralista intransigente, ma col sorriso divertito sereno e tranquillo di ci tutto sa comprendere.

Anche nella “Locandiera” (1753) il capolavoro del Goldoni è palese questa caratteristica; è una commedia di carattere e di ambiente nello stesso tempo: è l’apologia, il trionfo del tipo ideale della donna goldoniana, Mirandolina, studiato ed analizzato in tutte le sfumature del suo carattere vivace e sottilmente femminile, accorto e seducente, volitivo e sicuro, più o meno capriccioso, ed è nello stesso tempo un quadro stupendo di vita settecentesca di cui sono parte tutte le altre figure: il marchese, il conte, il cavaliere, le comiche, i servi con le loro liti, ripicche e pettegolezzi. Mirandolina con la sua grazia seduttrice, domina, ma non potremmo immaginarla senza gli altri personaggi che le fanno da contorno e che sono in sua funzione: è il caso di dire che protagonista e ambiente sono complementari.

Grande vivacità deriva alla commedia dai contrasti sempre nuovi tra il marchese squattrinato ed il conte ricco; tra questi due, d’accordo nell’esaltare Mirandolina, è il Cavaliere misogino; infine dalla diversa situazione che si delinea fra i tre gentiluomini e il fortunato cameriere Fabrizio. Così anche le figure delle due commedianti: Ortensia e Dejanira, assai vicine alla caricatura con la comica ventata di euforia carnevalesca che portano nella locanda, a torto potrebbero essere ritenute inutili anche ai fini dell’intreccio; “esse restano ben inferiori a Mirandolina in quell’arte - l’arte del fingere, in cui questa è maestra, formano un incontro efficace al garbo e alla fine scaltrezza della protagonista nelle sue relazioni col sesso forte e col suo stesso”. Tutta la commedia ha un delicato sapore di rievocazione storica: dà bene la sensazione di quella società forse non molto diversa dalla nostra, “che poco soffre e pensa, e passa la vita a brulicare per le vie, le piazze e i salotti, a curiosare, chiacchierare, sparlare, in cui la protagonista è la donna con il suo capriccio e la sua piccola astuzia e dove spesso anche gli uomini hanno spesso di questa femminilità, tutta liti, gelosie, pettegolezzi”, che incuriosisce e diverte. Eppure nonostante l’apparente leggerezza dell’opera nella sua atmosfera, si respira l’aria dei profondi mutamenti sociali di quel contesto storico: il decadere di una nobiltà, ridotta ormai ad un fantoccio di boria e di pompa privo di ogni valore (vedi il Marchese) e l’emergere di una borghesia dotata di buon senso pratico, di recente arricchita che acquista sempre più importanza con le classi più basse, (nel nostro caso ne sono i simboli il Conte e i servi, il cui ruolo non è certo trascurabile). Sono questi i primi sintomi di quello sconvolgimento sociale, ideologico e politico che sfocerà ed esploderà con violenza poco più di una trentina d’anni dopo nella Rivoluzione francese.

Ma il Goldoni, l’abbiamo visto, anche se non ignora questi grossi problemi, non li approfondisce, li sfiora senza toccarli; “i suoi temi esulano dalle zone drammatiche della vita, coglie nella realtà non il dolore e la sofferenza, ma il ridicolo della situazione, l’aspetto divertente”, non con superficialità e frivolezza bensì con lucidità e acutezza profonda, di grande conoscitore dell’animo umano.

“La verità - ci dice - è sempre stata la mia virtà preferita e mi sono sempre trovato bene in sua compagnia. Essa mi ha risparmiato la pena d’inventare la menzogna e mi ha evitato il dispiacere di dover poi arrossire”.

Giorgio Grisendi

Tratto dal bollettino parrocchiale
«Due parole in famiglia», edizione luglio-agosto 1970.



 

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