Domenica 26 luglio 2009
| XVII tempo ordinario (B) – I |
| Ss. Anna e Gioacchino, genitori della B.V. Maria |
| Letture: |
| 2Re 4,42-44 |
| Salmo 144: «Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.» |
| Ef 4,1-6 |
| Gv 6,1-15 |
Chiesa di Mandriolo. Messa parrocchiale, ore 10.30.
« Voi sapete certamente che la liturgia completa si realizza in tre anni. C’è il ciclo A che è caratterizzato dal vangelo di Matteo, il ciclo B che è caratterizzato dal vangelo di Marco, il ciclo C che è caratterizzato dal vangelo di Luca. E Giovanni? Dove lo mettiamo Giovanni? C’è anche il vangelo di Giovanni... Quello che abbiam letto stamattina di chi è? Il pezzo che abbiamo letto stamattina? ... Dite, dite pure! [risponde un fedele – n.d.r.] “Di Giovanni!”. È di Giovanni, eh?
Dato che il vangelo di Marco è il più corto e a fatica forse si riusciva a riempire tutte le domeniche, tutte le feste dell’anno, han pensato bene di mettere a un certo punto, dentro al vangelo di Marco, quando Marco stesso viene a parlare della moltiplicazione dei pani, mettere il vangelo di Gesù, con il suo discorso che leggeremo le domeniche prossime, bellissimo, sul Pane di vita. Come premessa al discorso del Pane di vita c’è la moltiplicazione dei pani che abbiamo letto quest’oggi. Noi, comunque, prenderemo spunto, per le nostre riflessioni, dalle tre letture, da tutte e tre perché sono belle tutte...
La prima lettura è tratta dal libro del profeta Eliseo, o meglio dai libri dei re, dove si narra la vita specialmente di Elia e di Eliseo. Cosa ci dice? Ci dice di una moltiplicazione dei pani che è avvenuta prima che Gesù venisse al mondo, e l’ha compiuta Eliseo, quindi l’ha compiuta il Signore attraverso Eliseo. E credo che sia il motivo principale per cui noi troviamo qui questo brano che riguarda un po’ la vita di Eliseo.
Noi dobbiamo da questo racconto, breve, tra l’altro, dobbiamo cogliere questo insegnamento: che anche il Vecchio Testamento, tutta la Bibbia è scritta per noi. Non ci sono parti della Bibbia che non vadano bene. Nella prima lettera ai Corinzi, San Paolo dice, a un certo punto: “Non voglio, infatti, che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo”. Dice altri fatti capitati allora e conclude dicendo: “Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per ammonimento nostro, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi”.
Ecco, l'insegnamento forse principale che io trovo in questa prima lettura è proprio questo: abituarci a mangiare il pane della parola di Gesù, e di tutti. Non è che il Vecchio Testamento è una cosa che riguarda il passato, che riguarda la gente che è vissuta prima di Gesù... e quindi noi... non ci riguarda... No. Dobbiamo, s'intende, privilegiare nella nostra lettura, studio, meditazione, il Nuovo Testamento perché noi apparteniamo al nuovo popolo di Dio (la Chiesa), ma dobbiamo riconoscere che anche il Vecchio Testamento, in tutte le sue parti, è ricco di tanti insegnamenti per noi. Quindi, non trascurare questa parola di Dio. Che non ci capiti di trovarci davanti al tribunale di Cristo, ed Egli ci chiede: – Ma che cosa ne hai fatto della mia parola? – Io... veramente... non ho neanche [...], non lo so... ho visto che c'è una lettera chiusa, mai aperta, ...
Stiamo attenti perché il Signore ha parlato per noi, e noi, educatamente, dobbiamo rispondergli, con la nostra vita.
Secondo insegnamento che troviamo, specialmente nella seconda lettura, che è un brano della lettera agli Efesini, di San Paolo. Voi ricorderete – l'abbiamo letto poco fa – che parla soprattutto di unità: “un solo corpo... un solo spirito... una sola la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione... un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio, padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti”. Si raccomanda l'unità.
Ecco, su questo punto, vorrei precisare una cosa, soprattutto. L'unità non è l'uniformità, per cui tutti fan parte allo stesso modo, hanno la stessa mentalità, la pensano allo stesso modo, sui vari problemi dell'animo umano, della vita umana, della storia, del mondo... No. Non vuole dire questo. Possiamo avere idee diverse.
Però non vuole neanche dire – non cadiamo nell'altra parte, eh? – non vuole neanche dire che tutto è verità e niente è verità, che ogni cosa che si dice va bene per quello che... che è stato detto e... per colui che l'ha detta, soprattutto, ma è vero così.
No: c'è la verità che esiste fuori di noi. Non è che noi ci identifichiamo con la verità. E lo sbaglio che forse alle volte noi cattolici facciamo è quello di identificare la verità con la nostra mentalità, con le nostre idee: crediamo di avere la verità in tasca. Ora, già nel concilio ecumenico Vaticano II i vescovi hanno scritto, quando han fatto... la “Gaudium et Spes”, dicono: non è che la Chiesa pretende di avere la soluzione pronta per ogni problema dell'uomo. Certo, però, che è esperta di umanità e dato che lavora per l'uomo già da quasi duemila anni, crediamo di poter dire qualcosa sui principali problemi dell'uomo.
Allora, l'unità consiste nella convinzione personale delle cose che pensiamo, che diciamo. E lì dobbiamo essere fermi nelle nostre idee. Non... non siamo troppo facili a lasciarle passare... così... come se tutto fosse uguale, no. Però la diversità delle idee nostre e di altri con cui stiamo dialogando non ci deve portare ad essere avversari degli altri, a odiarli, a trattarli male, a insultarli, perché noi dobbiamo rispettare le idee di ognuno. Magari, con l'esempio nostro e la convinzione delle nostre idee, forse riusciamo a smuovere qualcuno; ma se non lo smuoviamo, niente. Questa è l'unità.
Terzo insegnamento che colgo dal Vangelo. Gesù moltiplica il pane per una folla enorme: cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini (le donne e i bambini saranno stati certamente in numero molto minore, comunque è una bella partecipazione!), e Gesù risolve il problema alla maniera sua: era capace di fare dei miracoli. Noi non sembra che siamo capaci di fare dei miracoli, però lui era capace e l'ha fatto a pro di quella gente che lo seguiva da alcune giornate per ascoltarlo. Quando la gente ha preso atto di quello che Gesù aveva fatto, allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: – Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, lui solo.
Ha preferito andare in montagna, sul monte, a trovarsi in intimità col suo Padre celeste, a pregare, piuttosto che accettare un onore terreno, quello di essere re. Egli è re per natura, perché è il nostro Dio, e anche perché è il nostro Redentore, il nostro Salvatore. Quindi se vogliamo dargli il titolo di re... è ben fatto, ma non dobbiamo credere che... noi... facciamo qualcosa di positivo molto quando facciamo delle grandi manifestazioni, quando facciamo delle funzioni ammirevoli, svolte bene, eccetera... no; quando diamo dei titoli a chi fa qualcosa... no. Non è questo il cristianesimo.
Il cristianesimo consiste nel condividere con gli altri quello che abbiamo, come ha fatto Gesù. Gesù non ci chiederà alla fine se abbiamo risolto il problema della fame del mondo (forse ci chiederà anche quello, se era nei nostri mezzi di poterlo fare), ma ci chiederà se quello che eravamo e che avevamo l’abbiamo saputo condividere con gli altri. Perché la vita, l’intelligenza, i beni terreni, tutto è dono di Dio, e l’ha messo nelle nostre mani perché sappiamo vivere quell’amore di cui Egli è stato esempio insuperabile.
Sia lodato Gesù Cristo. »
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