Da quanto personalmente mi risulta - il tempo di un’inchiesta accurata poteva risultare molto utile - Mandriolo ha una tradizione teatrale, più o meno ininterrotta. I miei ricordi personali risalgono al 1951 o 52. Ospite della famiglia di Alfonso Corradi (fra poco la mia “seconda” famiglia...) in occasione, credo, della Festa di San Luigi, ebbi l’occasione di assistere nel teatrino gestito allora da Don Pifferi ad una “recita” molto drammatica, di cui, tuttavia, ricordo pochi particolari.
Mi ricordo sul palcoscenico un gruppo di giovani inquieti e aggressivi, secondo il modello dei film di gangster venuti dall’America. Fra questi giovani spiccava un ragazzo più inquieto degli altri; affascinato dalla prospettiva di facili guadagni e di una vita comoda e dispendiosa, egli finiva per convincere il vecchio padre, un mendicante cieco della strada che si guadagnava da vivere suonando sulla viola motivi struggenti, a fare “da palo”, davanti al cancello di una villa di signori, mentre gli sciagurati ragazzi mandavano a fine il colpo destinato a farli tutti ricchi. Il fratello “buono”, però, quello che il delinquente disprezzava, avuto sentore della cosa, si metteva di mezzo per evitare la rovina per tutti, opponendosi all’impresa del fratello e della sua banda prima con la persuasione, poi con risoluta fermezza. Un colpo accidentale partiva dalla pistola di uno dei malviventi e il giovane onesto cadeva ferito gravemente a terra. A questo punto, mentre gli altri si davano alla fuga, il fratello “sciagurato” realizzava tutta la sua infamia e mentre dalla bocca del morente uscivano parole di conciliazione, in lontananza, sul marciapiede, la pianola del vecchio cieco emetteva le ultime note ancora terribilmente ignare...
La forte teatralità di questa scena che il pubblico applaudì generosamente fissò allora nella mia mente una prima lezione (che il futuro mi avrebbe chiamato poi a rendere operativa): il teatro deve commuovere o divertire, l’una o l’altra cosa oppure l’una e l’altra cosa insieme! Gli anni successivi mi hanno visto raramente spettatore dei lavori nel teatrino. Ricordi sporadici (dal 1952 in fondo vivo qui), ma graditi, m’impongono di citare la Maria Pia Cattini “che piangeva così bene”, e almeno la Zulma “madre nobile” come nessuna più in seguito. Nel campo del comico (avrei scoperto, poi, quanto fatica costi) ammirevoli prove di Rina Iotti e di Caterina più tardi dottor Catellani, interpreti, anche in dialetto, di comari impiccione, volitive, prolifiche e manesche.
E poi le parodie degli allora giovanissimi Corrado, Eligio, Giorgio e altri giovani e giovanissimi degli anni sessanta, mentre il destino non ha consentito di vedere cosa sarebbe fiorito ancora nel teatrino, nel portar via così presto il papà di Don Nasi, dal carismatico valore non ancora dimenticato...
Nel 1970 (volendo ci sarebbe stata materia per un altro, meno importante, anniversario) un giovane universitario, il Giorgio non ancora dottor Grisendi, ha avuto un’idea (ha continuato ad averne e ne ha tuttora molte e ardimentose...). Giorgio, dunque, ha pensato che era ora di rinverdire le glorie del teatro di Mandriolo, allestendo, per la prima volta dopo molto tempo, una commedia completa in italiano. Il testo c’era, un classico (!), La locandiera di Goldoni, gli attori anche (per quanto acerbi) anche (fra gli altri la Maria dei Casarini, Giorgetto e Giorgione, la Fulvia e l’Angela Mazzali); gli mancava, a dire di Giorgio (e forse era vero), il regista, uno che mettesse d’accordo tutti e desse unità al lavoro (avrei poi imparato che il regista è quello che nessuno nomina se lo spettacolo funziona e che tutti criticano se qualcosa non quadra...). Allora, perché non provare a chiedere consigli a qualcuno più adulto (vero, purtroppo), che abbia esperienza? C’è quel professore che abita a villa Recordati, sì Vezzani, si può chiedere se è disposto (poi sono diventato “Arigo” per tanti punto e basta...). Gli altri non hanno detto no (e neanche immaginavano il tipo di fatica cui per anni li avrebbe sottoposti il neo-direttore); con alcuni ci si conosceva, altri erano passati in via Mandriolo Inferiore sette a tartagliare un poco di francese: a nome di tutti un rispettoso Grisendi raggiunge a domicilio la persona desiderata (cioè il sottoscritto) occupata, intanto, a intaccare, in un caldo pomeriggio estivo, il programma d’esame di uno dei suoi tanti concorsi per l’insegnamento linguistico nelle scuole-medie-superiori-di-ogni-ordine-e-grado. Di esperienza l’eletto non ha potuto vantarne, a parte quella di indistruttibile spettatore di film, di sceneggiati televisivi e, quando capita, di prosa con grossi nomi in cartellone, ma l’accordo “sciagurato” viene fatto e la macchina “Mandriolo Teatro Presenta” da quel momento si mette in moto.
Incredibile ma vero, “La locandiera” va in porto (di stretta misura, perché il teatro si impara facendo, cioè sui propri errori, lezione numero due). Incancellata e non in me soltanto, spero, l’emozione di quel debutto e delle repliche successive: la Maria dottoressa Pallini promossa sul campo abile suggeritrice, la Zulma truccatrice-consigliera-dell’ultima ora, Don Nasi fotografo dalla platea (quelle foto solo lui le ha viste e secondo molti di noi le ha perse...), le care Ginevra Mazzali e Zelinda Guerra Rustichelli emozionate per il debutto delle nipotine eccetera. E come per la frutta di primavera, che a mangiare una ciliegia viene voglia di mangiarne un’altra, l’anno dopo, con più determinazione (o incoscienza), con tanta voglia di sbagliare meno cose ci abbiamo riprovato (sissignori, anch’io), con fortuna, non c’è che dire. “Il mercante di Venezia” è risultato un grande spettacolo, chi lo nega si faccia avanti. Grande in senso reale visto il numero di ragazzi di Mandriolo chiamati a faticare (il teatro si fa con fatica per arrivare a “prendere” il pubblico e quindi a sentirsi “felici”, regola numero tre), grande perché il pubblico ha risposto magnificamente, grande per le belle cose da ricordare ancor oggi (il fascino e la misura della Fulvia, l’arte di Corrado e di Giorgione, il debutto promettente di Adolfo, della Rita e di Bernardelli, mandriolese di adozione in quanto vendemmiante nella azienda Miro Lugli, la presa sul pubblico di Fernando, gli scenari molto belli: chi ha dimenticato la casa dell’ebreo?).
Una corrente esaltante ha investito tutti, responsabilizzando ognuno (il sottoscritto in particolare, ci vuole anche meno). Il nome di Mandriolo, da quell’anno, 1971, è stato anche collegato con le iniziative teatrali ed è stato via via pronunciato negli ambienti esterni con aumentato interesse. Ma con la volontà di voler lavorare ancora (onorevole sotto ogni profilo) “Mandriolo Teatro” ha dovuto subito mettere in conto gli imprevisti (il mio incidente, quello di Rustichelli), le tentazioni di voler essere “troppo” bravi (quindi a tratti insinceri e meno “simpatici”). Certo il “Romeo e Giulietta” (1972) ha commosso e divertito; Armando e la Vince, vi hanno colto le prime soddisfazioni, insieme con Corradino Bassoli e soprattutto la neo-mandriolese (per parentela, almeno) Sara Liuzzo e la mandriolese pura, Rita futura dottoressa Casarini, intensa anche più della Maria Pia già nominata e trionfante nei successivi “Il lutto si addice ad Elettra” (1973) e “Il lungo viaggio del giorno verso la notte” (1974). Intanto si sono esibiti, più o meno continuativamente, Erio Rossi, Simonetta Lugli, Grazia Magnani non ancora in Ghidoni, Annarita Fornaciari, Simona Rustichelli; con gli articoli del Carlino e della Gazzetta di Reggio, un consenso popolare si è imposto, molto accettando, persino l’incursione fatta nel regno del romanzo popolare (“Le due orfanelle”, 1975) trasformato in occasione per divertirci, oltre che per commuovere. Corrado Lugli vestito da pagliaccio, Claudio Luppi da somarello siciliano, Donatella Palladini con al collo la ruota per gettarsi in mare, le due orfanelle con la bandiera “Avanti Savoia”, Fernando che-canta-in-coppia-con-la-Fulvia, Armando Casarini vestito da diva del muto che declama D’Annunzio, la Vincenza che strilla “Il terremoto!!!”, la Lella Grisendi vestita da pappagallo eccetera eccetera eccetera hanno riproposto il mondo della favola, della infanzia e della fantasia, dove tutto è possibile, dove tutto è libertà e poesia senza età... Come dimenticare le figurazioni del Tempo e dell’Inverno, che urla e soffia il suo gelo sulla culla della piccina abbandonata sui gradini della chiesa? La Mariù Grisendi ne resta commossa fino alle lacrime... Come dimenticare il coro delle Grazie che spiano dal sipario? Le foto restituiscono un’Angela Zini formato scuola elementare, già volitiva, mentre più schiva occhieggia la soave indimenticata Monica...
Con “La passione secondo noi stessi” (1975-76) Mandriolo-Teatro esce da Mandriolo, anche se Mandriolo-pubblico segue, sente che “si parla” in suo nome. Superfluo ricordare il successo di quel lavoro (mai più eguagliato), l’occasione di affinamento e di esperienza che ha rappresentato.
Tutta l’esperienza, tutti gli apporti del passato al servizio della sostanza che a tutti noi preme ormai riconoscere, quella di creature che lottano fra il fervore e la sfiducia, che aspirano a costruire, che hanno bisogno di certezze, di valori, di riscoperte eredità...
Che il 1981-82 consenta di continuare per questa via; ad essa i giovani che ci hanno recentemente coadiuvato mostrano di credere sopra di tutto.
ARRIGO VEZZANI
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