Tutto è cominciato con una notizia: il primo documento conosciuto nel quale si parla di Mandriolo e della sua cappella risale al 981. Poi, un singolare ritrovamento: dietro un vecchio quadretto del sagrestano Giovanni una fotografia polverosa e, a tratti, sbiadita ma ancora ben leggibile del 1880.
Vi rappresentata la nostra chiesa con la sua facciata, il viottolo d’accesso a via Gandina, tra una vegetazione fitta e rigogliosa non proprio attualissima; davanti, schierate come per un grande avvenimento, impettite e un po’ imbarazzate di fronte all’obiettivo, una quarantina di persone con il loro Parroco (don Gianotti, come si vedrà), raccolte forse dopo il “Vespro”, quando la luce più favorevole, in un pomeriggio domenicale di un’estate già avanzata. Intorno nient’altro: né automobili, né antenne, né linee elettriche. Il fotografo, volendo comprendere nell’inquadratura chiesa e fedeli, si dovuto piazzare a distanza, sulla strada, privandoci cosi purtroppo dell’espressione di quei volti: probabilmente vi si sarebbero potute leggere distensione per la pausa festiva, apprensione per la prossima vendemmia, soddisfazione di trovarsi in familiare compagnia quando le occasioni d’incontro erano più rare e preziose di oggi, e, perché no, compiacimento per qualche informazione di prima mano (o presunta tale) raccolta confidenzialmente or ora sul sagrato. Ieri come oggi, ...o quasi. Poi il diligente fotografo avrà iniziato a smontare la sua complicata quanto rudimentale apparecchiatura, mentre i più frettolosi tra i presenti a uno, a due, a tre alla volta salutando si saranno incamminati alla spicciolata, il pensiero già rivolto ad altri rituali: la mungitura, i monelli da mettere a tavola con i pochi avanzi del “più lauto” pranzo domenicale, la nuova settimana da avviare. E il mondo finiva lì.
Quando lo scorso anno, a un secolo dunque da questa scena di vita parrocchiale cosi fortunosamente recuperata e ad un millennio dalla antica testimonianza, qualcuno si chiese se questa coincidenza doveva essere trascurata o se valeva la pena ricordarla e sottolinearla, automaticamente ci si interrogò: “a quale fine?”; non certo per ripescare dal passato fatti storici particolarmente significativi: pare proprio che da Mandriolo non sia passato nessun papa, né che qualche imperatore vi sia stato incoronato o che qui si siano decise le sorti di cruente battaglie. Di nascite illustri nei logori registri parrocchiali neanche l’ombra: nessun genio, nessun condottiero, nessun “santo”.
Oh, certo, tra quanto si conserva in chiesa, tele, arredi, suppellettili sacre, oltre alla fabbrica stessa, qualcosa degno di un po’ d’attenzione, sia per diritto d’anzianità che per pregi di fattura, esiste, ma sicuramente non tale da lasciarvi intravedere dietro la mano di qualche celebre artista e nemmeno da potervi leggere testimonianze di avvenimenti degni di memoria più che locale. E allora perché andare a rovistare nei meandri del passato disturbando il sonno secolare di cartacce d’archivio di nient’altro contente che di poter continuare il loro letargo? A che scopo perdere tempo per cose morte e sepolte quando già non ci basta per assolvere ai compiti quotidiani? Che senso ha sprecare energie a ricostruire un passato quando siamo costantemente assillati da preoccupazioni a catena o sollecitati da più allettanti aspirazioni? Per mania di erudizione, qualcuno potrebbe subito rispondere, o perché di moda andare a scovare in soffitta ad ogni costo qualche blasone e farne poi sfoggio nel proprio albero genealogico (ed sottinteso che se non lo si trova .... .lo si inventa): insomma un’occasione per uscire dal grigio anonimato e, nella convinzione di non essere inferiori ad altri, poter organizzare una “bicchierata” in più, in compagnia di qualche pezzo di gnocco. Tutte ipotesi legittime, beninteso.
Eppure le prime constatazioni che si possono ricavare da una siffatta ricerca, pur nella loro scontata banalità, non mancano di destare un po’ di curiosità Ammettiamolo: fa un certo effetto pensare, ad esempio, che mentre Francesco d’Assisi ricostruiva S. Damiano già a Mandriolo c’era una cappella in cui i credenti si raccoglievano a pregare la SS. Annunziata, o che quando le caravelle di Colombo navigavano verso le Americhe, in questa chiesa qualche nostro antenato ascoltava la Messa, o vi cantava il “Te Deum” di ringraziamento per l’ultimo raccolto mentre Galileo esplorava il cielo con il suo cannocchiale; e forse, ancora, nel tempo in cui il Re Sole si faceva incensare nella sontuosa reggia di Versailles, qui i rintocchi della campana accompagnavano qualcuno alla sepoltura, e Napoleone si spegneva a Sant’Elena quando le volte del piccolo tempio risuonavano dei vagiti di un altro neofita...
Un fatto certo, dunque: almeno da mille anni a questa parte una tradizione di fede si mantenuta viva in questa zona, e noi, oggi, qui, non certo per merito nostro ma per qualche imperscrutabile disegno, ne siamo divenuti eredi. Come ciò che abbiamo nella came lo dobbiamo anche a chi ci ha generato, cosi pure il nostro bagaglio “culturale” ci proviene dai nostri predecessori ed a loro ci accomuna e ci unisce. Il passato ci appartiene, con il suo prezioso patrimonio di valori civili e religiosi, in una parola: umani, testimoniati lungo il corso dei secoli in modo mai eclatante, ma trasparente, convinto e dimesso al tempo stesso, quasi schivo, come proprio di una comunità semplice e laboriosa, la cui esistenza, intessuta sicuramente di sofferenze, ma nutrita di affetti domestici e di incrollabile fiducia, era ritmata dal suono delle campane, dal regolare alternarsi dei lavori nei campi, dalle veglie nelle stalle.
A convincerci del carattere di centralità della dimensione religiosa sia nella sfera privata come in quella sociale della vita di “ieri” a Mandriolo ci sono rimaste prove tangibili e inequivocabili: la chiesa, innanzitutto, con il suo corredo sacro, poi i registri parrocchiali compilati dai sacerdoti con scrupolosa costanza, gli oratori e i lasciti di terreni, frutto di autonome iniziative private, E se queste strutture, per noi le più antiche in assoluto, conservano oggi un valore, non tanto per singolarità o pregio artistico, ma perché documentano l’importanza preminente che le ragioni della fede e del culto assumevano per i nostri predecessori, tanto da indurli ad impegnare in tale direzione la miglior parte dei loro mezzi, delle loro energie, dei loro sforzi.
E qui ci parso d’intendere l’altra lezione che ci viene dal passato: queste opere, spesso espressione di un impegno comune talvolta nella loro realizzazione, sovente nella cura e nel mantenimento, sono sorprendente testimonianza di una comunità religiosa matura, delle cui sorti presenti e future ciascuno, secondo le proprie capacità si sentiva direttamente responsabile, quando i mezzi di comunicazione erano ben più limitati di oggi e non era ancora arrivato il Vaticano II a rivalutare il ruolo dei laici nella missione della Chiesa. Certamente ora si vive una vita parrocchiale molto più intensa che nei secoli passati, infatti quasi nessun documento siamo riusciti a trovare in proposito. Senz’altro più frequenti sono le assemblee e le occasioni d’incontro al di fuori dei riti, decisamente più vane e numerose appaiono le iniziative, ed giusto sia cosi: costumi, abitudini, esigenze, strutture sociali sono mutate notevolmente e continueranno a cambiare ad un ritmo sempre più frenetico; anche la chiesa locale, senza tradire la sua più autentica vocazione, deve stare al passo, risolvere i nuovi problemi, avanzare proposte più stimolanti, magari, se fosse possibile, anticipare i tempi. Ma forse, proprio perché le attività sono cosi vane e intense, rischiamo talvolta di svolgerle in modo un po’ distratto, superficiale o troppo meccanico, vale a dire senza quella dose di umile passione e di lucida convinzione assolutamente indispensabile per non perdere di vista la sostanza al di la della forma, il fine ultimo del nostro servizio: la trasmissione (e la ricostruzione, ove sarà necessario) a chi ci seguirà di quell’antico tesoro di idee e di genuini principi su cui “si fonda il possesso delle cose che si sperano e la conoscenza di quelle che non si vedono”.
Questo anche il motivo per cui, sempre nei limiti dei nostri mezzi, Si pensato di inserire tra le manifestazioni dell’anno millenario, oltre a momenti di pura evasione e di festa popolare, occasioni più particolari di preghiera, di studio e di riflessione su temi di forte attualità o su questioni morali ed esistenziali di ambito più universale, anche attraverso i linguaggi della musica e del teatro, proprio perché ciascuno possa sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda a lui più confacente.
“La perdita dei senso dei tempo - ha scritto Harvey Cox - un sintomo di deterioramento della persona. L’uomo sradicato dai suoi ricordi o dalle sue fantasie cade in uno stato di depressione. La medesima cosa vale per una civiltà. Finché essa riesce ad assimilare quanto le accaduto e a muoversi con fiducia verso ciò che deve ancora venire, conserva la propria vitalità. Ma quando una civiltà si estrania dai proprio passato e considera con cinismo il futuro, come avvenne un tempo per Roma, la sua energia spirituale si esaurisce: ed essa vacilla e ecade”.
Nessuna mania di antiquariato, quindi, ma piuttosto l’auspicio che uno sguardo alla strada percorsa serva a rinnovare la carica di fiducia e di ottimismo necessaria per riprendere il viaggio con entusiasmo ancora maggiore.
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