Mandriolo nella rete

Unità pastorale di Mandrio, Mandriolo e San Martino (Vicariato III - Correggio, RE)

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1986-87. La locandiera

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La locandiera

di Carlo Goldoni. Gruppo Teatrale Mandriolo (1986–87).

NOTA DELLA COMPAGNIA

Nella sua locanda di Firenze, Mirandolina, assiduamente corteggiata da un nobile spiantato e da uno sbruffone arricchito, ma disdegnata da un cavaliere ostile alle donne, d’impegna a vincere le resistene di quest’ultimo, salvo poi sposare alla fine il servitore cui il padre, morendo l’aveva destinata.

La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1986-87. La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1986-87.
La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1986-87. La locandiera (Carlo Goldoni). Gruppo Teatrale Mandriolo, 1986-87.

Oggetto di innumerevoli interpretazioni, la commedia offre diverse chiavi di lettura, di volta in volta privilegiate nei suoi numerosi allestimenti, in favore ora dello spaccato sociale (la locanda vista come microcosmo in cui si ripetono allusivamente le regole e le infrazioni del mondo reale), ora del confronto/conflitto di caratteri, ora dell’allusione umoristica al comportamento erotico/amoroso dell’individuo a seconda della propria cultura o censo.

Il senso sociale della commedia è fondamentale e non va sottovalutato: nei personaggi ritroviamo, con ottica teatralmente parodistica, le categorie in liquidazione e, con più preciso realismo, quelle emergenti. Il Marchese è l’aristocrazia ridotta a fantasma di sé, il Conte è la classe del danaro non ancora rappresentata da un censo capace di nobilitarla, il Cavaliere è l’outsider, impregnato di un intellettualismo sconfinante nella nevrosi maniacale, Mirandolina e fabrizio i rappresentanti di quella classe mercantile, onesta e alacre, spina dorsale della Repubblica anche se al suo livello minimo (gli albergatori, i caffettieri, gli osti, i bottegai).

La commedia è pure momento di raffronti di psicologie anche se gli aspetti più polemici si stemperano nel gioco scenico e nella sapiente costruzione dei dialoghi. Mirandolina è incantevolmente complessa, donna in ogni sfumatura, non sempre necessariamente «gradevole», il Marchese buffo e patetico, il Conte sapido e colorito il Cavaliere pavido e temerario, Fabrizio sornione e sul chi vive.

Ma c’è un terzo aspetto, forse quello meno sfruttato, ma che contiene il senso della modernità della commedia: l’allusione al gioco del teatro.

Tutti recitano, per affermare un proprio sè stesso che non ha riscontro nell’evidenza di tutti i giorni. Recitano le comiche - male - la commedia della vita, che a loro non è familiare, mentre al contrario la finzione scenica è comune pietanza giornaliera.
Recita il Marchese per sostenere un ruolo di facciata, camuffando l’assoluta impossibilità di concretizzare il suo rapporto con Mirandolina.

Recita il Conte, che corteggia la locandiera per il gusto di esibire la propria recente ricchezza e fa ricorso alla complicità delle comiche per burlarsi del Cavaliere, il quale - per lo meno - i patemi d’amore li vive veramente. Ed è proprio il «gioco delle parti» che mette di fronte la grande attrice Mirandolina e il vulnerabile misogino, lei a perseguire il suo fermo disegno, condito d’ogni astuzia ed espediente, lui a difendere un’idea di sè divenuta cocciutamente maniacale.

Ma Goldoni ci riserva un inatteso capovolgimento rispetto alle premesse: mentre nel primo atto Mirandolina è personaggio «gradevole», nella sua intenzione manifesta di sbugiardare un presuntuoso, più tardi il patetico vacillare su tutti i fronti del Cavaliere ci fa stare un po’ dalla sua stessa parte, mentre si insinua la constatazione che Mirandolina in definitiva ha giocato più forte di quanto non dovesse o non volesse fare.

Uscito di scena il Cavaliere, con una tirata baroccheggiante, parodia involontaria del tragico, mentre il Marchese e il Conte si ritraggono, Mirandolina, pur con quel marito (Fabrizio) nuovo di zecca per mano, è fondamentalmente sola: il proposito di «mutar costume» (sarà poi sincero?) non cancella, «retroattivamente» il rimorso di un’avventura condotta oltre il limite, e nel suo congedo c’è il brivido freddo di chi è uscito di norma e sa che non potrà dimenticarsene.
E` in questo trasalimento che la protagonista riacquista - alla fine - la sua più vera dimensione umana.


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nel programma di sala



 

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